HAI A CHE FARE CON UN COLLABORATORE DIFFICILE E NON SAI DA CHE PARTE COMINCIARE? INIZIA DA QUI.

November 19, 2019

Quando hai a che fare con un collaboratore difficile, il tuo pensiero è che vorresti liberartene ma non sempre ti è possibile. Oppure aggiustarlo, come se fosse un ingranaggio difettoso che blocca il sistema o lo fa addirittura saltare.

 

La verità però è che non hai a che fare con un pezzo di una macchina ma con una persona. Se capisci questo, ti sarà molto più semplice trovare una soluzione.

 

Se pensi di risolvere il problema su un piano razionale, questo semplicemente non accadrà. Il problema non è meccanico, la soluzione non può essere razionale. Il problema è emotivo, perché hai di fronte un essere umano. Con il suo universo di sfaccettature, di paure, di convinzioni, di limiti.

 

Un collaboratore difficile può renderti la vita molto difficile, a volte impossibile, perché crea tensione, perché rallenta o blocca i processi, perché non collabora, perché non risolve, perché non si mette in gioco.

 

Un collaboratore difficile rende tutto più pesante.

 

E bada bene, non stiamo parlando solo e necessariamente di un collaboratore ostile o aggressivo. Difficile è anche il collaboratore indeciso, quello timido, quello permaloso, quello troppo preciso, quello lamentoso, quello distante che non si lascia implicare, quello bravissimo ma polemico, quello apatico, quello pessimista, quello insicuro.

 

A qualunque categoria appartenga il tuo collaboratore difficile, questo rappresenta un ostacolo e non fa funzionare le cose.

 Hai la sensazione di trovarti sempre di fronte ad una porta chiusa. 
Dietro alla quale si para una persona con un carattere, a tuo sentire, faticoso.

 

E ti arrovelli a pensare a come poterla aprire quella porta. A spallate? O tirando con tutta la forza? O magari trovando gli argomenti per convincere il tuo collaboratore a girare la chiave. Oppure offrendogli qualcosa, per invogliarlo. O chissà, ignorandolo magari prima o poi si affaccia.

 

Il punto è che il tuo collaboratore la chiave non ce l’ha e se ce l’ha non la trova. 
O non sa come usarla o non vuole usarla.


 

Perché ha paura, perché non si fida, perché è stanco anche lui, perché pensa che là fuori lui non ci stia poi così bene, perché pensa di non essere adatto.

 

Tu, vorresti tirarlo fuori. Lui, vorrebbe essere liberato. 
 In realtà volete entrambi la stessa cosa. Ma lui, si sente bloccato.

 

Non è parlandoci che risolverai il problema, non è facendo finta di nulla, non è imponendoti, non è gratificandolo con una poltrona nuova.

 

E’ fornendogli gli strumenti per sciogliere un blocco. 
Che tu non vedi o non vedi in maniera sufficientemente chiara. E probabilmente nemmeno lui.

 

I miei clienti hanno vissuto trasformazioni facendo un cambio di prospettiva e modificando il proprio atteggiamento mentale e emotivo, hanno compreso che quello che rende un collaboratore una spina nel fianco molto probabilmente affatica anche lui.

 

Hanno così abbattuto le resistenze e le schermature che gli impedivano di esprimere il meglio di sé e che li portavano invece a manifestare il peggio, con conseguenze per se stessi oltre che per gli altri.

 

Ecco, è sul blocco che devi concentrarti.

 

Chiediti perché il tuo collaboratore preferisce starsene lì dentro tutto solo, anziché uscire in cortile a giocare con gli altri. 

 Magari le risposte che ti darai non sono quelle giuste o lo saranno solo in parte o saranno il frutto di una tua proiezione. Non fa nulla, anche solo il pensare che ci possa essere una ragione (buona? cattiva? Per ora non è importante, poi capirai perché) ti aiuterà a creare una breccia: è dal blocco che bisogna partire, anzitutto osservandolo.

 

 

Fammi sapere nei commenti quali pensi che siano le ragioni per cui il tuo collaboratore se ne sta chiuso in camera e ti aiuterò a capire perché non sta girando la chiave.

Elisa De Meo