Il diritto di ridere

September 18, 2016

#FELICIT*AZIONI

 

 

In un recentissimo articolo (che trovate qui) apparso sul Corriere della Sera, Grazia Fortuzzi racconta a Paolo Di Stefano la sua esperienza con lo Yoga della Risata nel carcere di San Vittore a Milano.

 

Da quattro anni Grazia tiene un laboratorio settimanale con un gruppo di detenuti protetti, quelli condannati per crimini sessuali che in quei novanta minuti cercano di “alleviare la rabbia, il dolore, la noia, le fissazioni, le frustrazioni, il peso della reclusione”.

 

“Si può ridere in carcere?” si legge nell'articolo. Si può ridere ovunque è stata la mia prima risposta.

E poi mi è venuta in mente una vecchia idea che sto accarezzando da un annetto, quella di veicolare la risata come diritto inalienabile dell'essere umano.

 

Ci ho pensato partecipando lo scorso anno al Festival dei Diritti di Todi. Questa faccenda che ci siano persone alle quali si sarebbe tentati di non riconoscere il diritto di ridere, quasi che fosse un'azione che non tutti meritano di compiere, che a qualcuno debba essere preclusa, per ragioni morali o di opportunità.

 

Penso ai migranti, che ad alcuni risultano accettabili sono nella loro iconografia addomesticata che li vede ritratti come persone sofferenti, in fuga dalle atrocità, terrorizzati, spaesati e schiacciati, un'immagine che rende più compassionevoli e duqnue propensi ad assumere il ruolo di salvatori dell'umanità.

 

Ma non appena ridono, non appena cantano, ballano, gioiscono, insomma si spogliano del vestito del povero sbarcato disperato, qualcosa sembra stridere, qualcuno inizia a provare disagio: ma come, ridono?! Allora non stanno poi così tanto male. E quindi perché dovremmo accoglierli ed aiutarli: non li stiamo salvando. Vederli ridere ci rende meno eroici, ci priva del piacere di sentirci buoni, generosi, caritatevoli e straordinari.

 

Quasi che ridere non fosse appunto un diritto di tutti: uno che ha perso il figlio ha diritto di ridere? Uno che quel figlio lo ha ucciso ha diritto di ridere? Volendo astrarre: pena e risata possono convivere? Pena intesa come dolore e come punizione e risata nella sua accezione ludica, ricreativa, pulita e catartica.

 

Ne ho parlato con Grazia che ho chiamato subito dopo aver letto l'articolo. E abbiamo deciso di provare a dare insieme una risposta. A partire dalle nostre esperienze. Che metteremo in comune e racconteremo a chi avrà interesse a conoscerle. Spero a novembre, in occasione del primo Laboratorio di Buone Pratiche Felicitanti promosso dalla Associazione Happymess: il Best Happy Practices Mess Lab. Presto tutti i dettagli, per ora sappiate che ci saranno tra gli altri Luisa La Rosa da Catania con la MandaLaughter Meditation, Francesca Rucci da Bari con la Joy Dance, Rodolfo Matto da Napoli con il Sé Ridente. Sarà un week end molto molto "movimentato".

 

Elisa De Meo
Coach di Risata e Gibberish
elisademeo@gmail.com